RAW BEAUTY PROJECT #3

Un gruppo di donne e le loro storie.

Tra le righe felicità e dolore, che, insieme, si fondono in una cosa sola, in un'unica emozione, forse la più grande: essere mamme.

Così come siete, sincere e trasparenti.

Voi.

Preziose per me, e spero per tante altre che leggeranno i vostri pensieri.


Oggi, ho raccolto le esperienze di Linda, Ginevra e Dora.

Eccole qui.


LINDA

“Cara Fede,

ci siamo conosciute in tempi che ormai sembrano davvero lontani, quando i nostri pensieri si alternavano tra studio, lavoretti qua e là per arrotondare, serate universitarie imperdibili e amori incasinati. E in realtà la nostra conoscenza è rimasta sempre molto superficiale e distaccata.

E ora eccoci qua. Sembra davvero assurdo, ma questo è il potere dei social. Le persone si scoprono, si avvicinano, si comprendono, si immedesimano e si apprezzano. Mi rivedo in te in molti aspetti del nostro essere mamme: un po’ sbadate, un po’ irresponsabili, un po’ di fretta. Ma mamme. Con tutto quello che porta con sé questo nome, così familiare e caldo.

Ed ecco che mi ritrovo a scriverti su uno degli aspetti più intimi e delicati del mio essere mamma: il parto. Che nel mio caso sono stati due. Diversi, in tutto. Indimenticabili, per diverse ragioni. Che mi hanno segnato, in forme diverse.

Lavinia, la mia prima bimba, è arrivata con un parto naturale, ma indotto. Il sacco si era rotto, ma solo parzialmente ed in alto. Nessuna contrazione, ma bisognava procedere per evitare probabili infezioni.

Ed ecco che la mente ha iniziato a fare brutti scherzi: “Ma come indotto? Quindi non sono contrazioni naturali? Quindi non partorirò come la natura ha previsto?”. Ma non era il momento di condividere questi pensieri, chissà forse ostetriche ed infermiere mi avrebbero dato della sciocca….

Tutto ha inizio lentamente, alle 9.00 del mattino la prima induzione, alle 12.00 le prime contrazioni un po’ fastidiose, ma non mi dilatavo. Alle 14.00 seconda induzione di ossitocina, ed è iniziato il tormento. Le contrazioni sono diventate costanti, forti, brevi. Non avevo il tempo di respirare, di aprire gli occhi. Mi rivedo in ginocchio per terra, esausta a pensare: “Ma chi me lo ha fatto fare…”. Anche questo pensiero, però, non era condivisibile… no era troppo cinico per una che stava per diventare mamma. Poi finalmente alle 18.00 ci siamo, è il momento delle ultime spinte e non ascolto più nessuno, voglio che la mia bimba diventi finalmente reale, voglio toccarla, voglio guardarla, voglio stringerla forte tra le mie braccia. Pochissime spinte e sento la sua testolina tra le mie gambe, ancora una spinta e Lavinia è finalmente la mia bimba. E io sono realmente diventata una mamma.

Ora, non starò qui a descriverti le emozioni indescrivibili che si provano con la nascita del primo figlio, anche perché, come ben sai, è impossibile trovare le parole per farlo e trasmettere quello che si prova a chi non ha (ancora) scoperto la magia di diventare madre.

Ma una cosa la ricordo molto bene, indotto o non indotto, avevo partorito con un parto naturale, e di questo ero proprio orgogliosa. Sì, oggi posso dire che facevo parte di quelle mamme che vanno fiere del loro parto naturale, perché è così che si fa, perché abbiamo dato la luce al nostro bambino senza scorciatoie, ma soffrendo ogni singolo istante, perché abbiamo stretto i denti e lottato per farlo nascere. Perché non è stato un cesareo.

Che sciocca presunzione, che ridicola convinzione.

E come si dice? Che il destino è un po’ beffardo, giusto?

Sono alla 38esima settimana. Lorenzo è già girato dal quinto mese. Bravo, così si fa. Una mattina mi alzo con la sensazione di avere le stesse perdite avute con Lavinia. Dai che un controllo in ospedale lo faccio, non si sa mai che si è rotto di nuovo il sacco in alto. Mi fanno il test, è negativo. Per sicurezza mi fanno un’ecografia.

“Signora, ma è podalico!”. Guardo il ginecologo incredula.

Come è potuto accadere? Quando? Possibile che non mi sono accorta di nulla?

Ok, calma, e quindi?

“Programmiamo per la prossima settimana un parto cesareo”.

Cosa? No, non è possibile. No, non sono pronta. No, non è così che succede. Non posso già sapere una settimana prima la data di nascita del mio bambino e perfino l’ora. Ma non ci sono alternative a quanto pare. Dicono sia davvero difficile che possa girarsi ancora: “Se la prossima settimana Lorenzo si sarà girato, tanto meglio, altrimenti saremo pronti per farlo nascere”.

Ho trascorso una settimana in uno stato di annebbiamento totale. Io non lo volevo il cesareo. Che storia è questa che non sono io la principale artefice della nascita di mio figlio? Come posso non avere la totale consapevolezza del mio corpo e la responsabilità della sua vita? Ma alla fine è andata proprio così. E mi ritrovo quindi in una sala operatoria, sola, senza Davide. Fa molto freddo e devo aspettare minuti prima che tutto abbia inizio. Mi parlano di anestesia, di tagli, di ipotetiche complicazioni.

Annuisco, in realtà non sto ascoltando nulla. Ho paura, è il mio primo intervento in assoluto, quella stanza non mi piace per niente. È il momento dell’epidurale: uno, due, tre tentativi e inizio a sentire l’effetto.

Ma non è abbastanza forte a quanto pare, perché sento tutto, il taglio, ma soprattutto sento tirare, tirare e tirare. Svengo.

Apro gli occhi, ah già sono qui. A che punto siamo?

Vedo che si avvicinano in fretta furia con un fagottino vicino al mio volto. Ma sono troppo intontita. Non mi ricordo il suo volto.

Capisci Fede? Non ho in mente il primo sguardo con il mio bambino, non riesco a ricordare che espressione aveva, che colore aveva il suo visino, se era tranquillo o no.

Mi dicono che va tutto bene, ok dai è questo l’importante no? Ma mi dicono anche che porteranno Lorenzo dal suo papà, perché ci vorrà ancora un po’ prima di finire con me. Sarà lui ad appoggiarselo per prima sul suo petto, sarà l’odore del suo papà che Lorenzo respirerà per prima.

Non il mio, non quello della sua mamma. Mi scende una lacrima. Continuo a sentirmi distante dal mio bambino e non posso fare nulla per cambiare le cose.

Finalmente mi portano in camera, ed ecco qui il mio piccolino. Me lo danno in braccio. Ma nulla, non sento quell’esplosione di emozione provata con Lavinia, non vengo travolta dall’amore che nei miei ricordi legavo a quel momento. Non sento le farfalle allo stomaco, anzi, sento dolore, fitte e contrazioni.

Probabilmente l’ostetrica capisce e allora mi invita dolcemente ad attaccarlo al mio seno. Sono titubante e scoraggiata, con Lavinia ci avevo messo un bel po’ a capire come attaccarla. Se succede anche questa volta, potrei abbattermi ancora di più.

Ma lui, il mio piccolino nato senza sforzi, capisce. Ed è subito magia. Inizia a ciucciare, a ciucciare. E io scoppio in lacrime. Sento finalmente di essere la sua mamma. Mi ha riconosciuto e non vuole più staccarsi da me.

Ecco quindi la storia di una mamma di “serie A”, passata in “serie B”.

Cara Fede, solo chi come noi ha provato il dolore di un parto cesareo, fisico ed emotivo, può capire quanto siamo dannatamente delle dure. Perché non è semplice gestire questi pensieri e questo taglio: il dolore te lo trascini per mesi, senza poterti permettere di aspettare comodamente sdraiata che passi. E dopo il dolore quella cicatrice resta a ricordarti tutto.

Ma sai che c’è Fede? C’è che ho imparato ad accettarla, a toccarla, a guardarmi allo specchio e a sorridere. Perché è la testimonianza del legame con il mio bambino, che sarà per tutta la vita anche fisico, oltre che emotivo.

E perché, in fondo, guardandola bene, questa cicatrice ha le sembianze di un sorriso, no?”

GINEVRA

“ll desiderio di maternità mi ha sempre accompagnata, fin dal mio più lontano ricordo con le bambole.

Ho incontrato l'amore della mia vita, il padre dei miei figli, ad una cena tra amici nel 2007. Dopo sei mesi sono andata a vivere con lui e dopo due anni ci siamo sposati.

Ho scoperto di aspettare Matilde il giorno del compleanno di mio marito poco dopo il nostro primo anniversario di matrimonio, una gravidanza abbastanza tranquilla, piena di aspettative. Il parto è stato molto difficile, sono entrata in ospedale a mezzanotte e lei è nata alle 17.04 di una calda domenica di maggio 2011 e senza un attimo di tregua durante tutte quelle ore. L'ho amata dal primo istante anche se ero letteralmente scioccata dalla stanchezza, il parto mi ha provata e turbata molto profondamente, ho impiegato mesi per riprendermi.

Il mio corpo è cambiato, non ho preso tanti kg ma lei era 4,170 kg, la mia pancia è stata demolita, il mio seno ha preso 2 taglie e così è rimasto, ho dovuto cambiare praticamente tutte le mie camicie, maglie, magliette e i miei amati costumi da bagno.

I primi mesi da mamma sono stati faticosi, la stanchezza indescrivibile e l'allattamento non semplice ma tutto condito da tanta magia per le quotidiane scoperte.

L'essere madre non me lo immaginavo così difficile ma grazie all'amore e al senso di responsabilità che mi hanno invasa quel 15 maggio ho sempre trovato la forza di fare tutto e con immensa pazienza.

A Natale 2014 abbiamo scoperto che sarebbe arrivato Federico, una gravidanza molto faticosa ma un parto meraviglioso che ha messo a tacere il brutto ricordo del primo e anche lui un vitellino di più di 4 kg.

Dopo quattro ore dall'inizio delle contrazioni, un mercoledì mattina di un caldissimo agosto è nato e poco dopo l'incontro tra lui e Matilde mi ha letteralmente fatto esplodere il cuore. Temevo la gestione di due e principalmente da sola, i ritmi di lei molto diversi da quelli di lui e invece ci siamo amalgamati insieme, spesso ci rimetto solo io ma fa parte dell'essere mamma.

La rinuncia più grossa che ho dovuto fare è quella del mio lavoro, per ora sono felice di poter fare la mamma come ho sempre sognato senza dover delegare quasi tutto.

Vederli crescere insieme è una gioia immensa, sono molto diversi tra loro in tante cose, mi fanno molto ridere e spero che mantengano la complicità che hanno ora per tutta la vita.

La pelle della mia pancia è solcata da stradine, come racconto a mia figlia, che hanno portato lei e il fratellino a me. Nel mezzo c'è stato anche un piccolo intervento che di sicuro non ha aiutato i miei già inesistenti addominali.

Sebbene abbia diligentemente usato creme specifiche e olio di mandorle la mia pelle intorno all'ombelico è ricca di smagliature, a testimoniare che pur essendo una ragazza dalla corporatura minuta sono riuscita ad avere due bimbi giganti di quasi 4,2 kg.

Ho accettato l'idea che il mio corpo non tornerà più come prima, il mio seno è la parte che mi fa sentire più diversa rispetto a prima, dovrò farmene una ragione! Allo specchio vedo un corpo sicuramente molto materno nel senso classico del termine e va bene così piano piano mi rimetterò in forma anche perché con due adorabili monelli non si sta mai fermi!”


DORA

“Io non ho cicatrici da mostrare perché il mio parto è stato naturale ma le cicatrici mentali sono rimaste e tardano ad andarsene. Ho avuto un parto indotto dato da supposta eccessiva presenza di liquido amniotico con conseguenti 36 ore di dolori lancinanti, epidurale che non ha sortito alcun effetto, lasciata sola per la maggior parte delle ore perché non è stato permesso al mio compagno di rimanere con me.

Mi sono aggrappata a forze sconosciute per portare a termine la cosa ma ad un certo punto ho abdicato. Io che questo figlio lo avevo desiderato per anni, con tutto il cuore e con tutta l'anima, io che avevo vissuto una gravidanza meravigliosa con la gioia di avere finalmente il mio fagiolino con me, ho perso di vista il senso del tutto, ho dimenticato lo scopo di quel viaggio, ho dimenticato lui.

Non mi interessava più nulla volevo solo finisse quell'esperienza di tortura.

E così quando finalmente è nato avevo ricevuto in dono non solo la cosa più meravigliosa e inestimabile al mondo ma anche i punti dell'episiotomia, le inevitabili amiche emorroidi e una costola rotta.

Mi porto quindi dentro una rabbia repressa verso me stessa che ho deciso di sconfiggere circondandomi di cose belle, di belle persone, di belle esperienze, di respiri profondi, di sorrisi, di immagini che scaldano il cuore.

Se non leggerai il mio piccolo sfogo non importa ma mi preme tu legga il mio GRAZIE.”

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